Nelle narrazioni delle storie d’amore, mi capita di scoprire e rileggere quasi dappertutto, enfatizzato, l’uso di questo pronome: Noi.
Un po’ l’emblema di chi interpreta il proprio romanticismo, la propria vita di relazione amorosa, il riferimento rivendicato di uno status che, magicamente, pare osannare una ragione di essere, la motivazione di un legame, il suo rifugio spersonalizzato e, allo stesso tempo, realizzante l’amore che si presume essere valorizzato solamente in funzione del “noi”, come sbocco di comunione nella coppia.
Molte volte, ho l’impressione che tale termine sia un po’ inflazionato. Ricorrere esclusivamente ad esso per esprimere e solennizzare un legame d’amore, a ben vedere, mi pare escludere troppo la dimensione personale che gli sottende. Se non si è, da soli, nella propria individualità, nella propria autonomia esistenziale, se non si ha ben presente chi si è, secondo me, difficilmente si può arrivare alla vera e propria costruzione del “Noi”.
E’ un rischio credere che si stia come tali, custoditi in un noi, se non si accetta preliminarmente tutto dell’altro, dell’altra. Siamo “noi” che ci amiamo solo nella misura in cui ciascuno è stato dapprima capace di accettare sé stesso per poi crescere personalmente nella prospettiva della progressiva accettazione dell’altro.
Capita sovente notare si sia incorsi nell’errore che esista un noi sbilenco, dissociato dal rispetto della libertà dell’altro, un noi che connota, in chi lo pronuncia, un desiderio di determinare egoisticamente un valore che è plurale, non autoreferenziale. Siamo noi, se ci rispettiamo e accettiamo insieme, reciprocamente, gratuitamente, oblativamente.
Noi siamo nella misura in cui l’io di ognuno possa vivere sentendo riconoscere la bellezza della propria previa libertà di amarsi, di essere amato, di amare.
Per non sbagliare, per non prevaricarsi, per non ridurre il nostro “noi” a volersi tirannizzare l’un l’altro alle proprie condizioni.
Ben
(in copertina, dipinto di Jack Vettriano)

