amore, Penso che...

“Noi”

Nelle narrazioni delle storie d’amore, mi capita di scoprire e rileggere quasi dappertutto, enfatizzato, l’uso di questo pronome: Noi.

Un po’ l’emblema di chi interpreta il proprio romanticismo, la propria vita di relazione amorosa, il riferimento rivendicato di uno status che, magicamente, pare osannare una ragione di essere, la motivazione di un legame, il suo rifugio spersonalizzato e, allo stesso tempo, realizzante l’amore che si presume essere valorizzato solamente in funzione del “noi”, come sbocco di comunione nella coppia.

Molte volte, ho l’impressione che tale termine sia un po’ inflazionato. Ricorrere esclusivamente ad esso per esprimere e solennizzare un legame d’amore, a ben vedere, mi pare escludere troppo la dimensione personale che gli sottende. Se non si è, da soli, nella propria individualità, nella propria autonomia esistenziale, se non si ha ben presente chi si è, secondo me, difficilmente si può arrivare alla vera e propria costruzione del “Noi”.

E’ un rischio credere che si stia come tali, custoditi in un noi, se non si accetta preliminarmente tutto dell’altro, dell’altra. Siamo “noi” che ci amiamo solo nella misura in cui ciascuno è stato dapprima capace di accettare sé stesso per poi crescere personalmente nella prospettiva della progressiva accettazione dell’altro.

Capita sovente notare si sia incorsi nell’errore che esista un noi sbilenco, dissociato dal rispetto della libertà dell’altro, un noi che connota, in chi lo pronuncia, un desiderio di determinare egoisticamente un valore che è plurale, non autoreferenziale. Siamo noi, se ci rispettiamo e accettiamo insieme, reciprocamente, gratuitamente, oblativamente.

Noi siamo nella misura in cui l’io di ognuno possa vivere sentendo riconoscere la bellezza della propria previa libertà di amarsi, di essere amato, di amare.

Per non sbagliare, per non prevaricarsi, per non ridurre il nostro “noi” a volersi tirannizzare l’un l’altro alle proprie condizioni.

Ben

(in copertina, dipinto di Jack Vettriano)

Penso che..., Vita

Dirsi la verità.

Molte volte, ci si può chiedere, nel corso di una visita introspettiva di sé, cosa sia e in che cosa risieda la propria verità, cioè la consapevolezza di ciò che si è scoperto abbia dato un senso alle cose che viviamo. O che cosa lo debba dare.

Una ricerca, cioè, di cosa serva, di cosa ti serve, per darti risposte esaurienti, forse esaustive, chiare, inequivocabili su ogni cosa ti accada.

Forse, questa, è la prima domanda che ci si fa, ogni qual volta ci si guarda in uno specchio, e dopo che ci si è dati risposte su ciò che appare evidente, nel viso e nelle sue parti, su ciò che evidenzia infine la tua estetica.

La ricerca della tua verità invece, richiede che tu possa farti delle domande che trovino eco molto più in profondità, dentro te stesso.

Ed è proprio da lì che devi lasciarti partire le tue risposte, le risposte. Che non saranno assolutamente approssimative, superficiali, illusorie. Ma saranno quelle che ti dicono, appunto, la verità. Su ogni aspetto che attenga alla tua esperienzialità, sia esso un atteggiamento, un comportamento tuo, personale, oppure quello di chi viene in relazione con te, ogni giorno.

E’ l’unica verità, quella.

Che sai esiste, perché poi la senti gridare sotto la tua pelle, una volta che parte da dentro, dal tuo cuore. Non puoi più farti fesso. Se sai accettarla questa verità, ti saprai dare le risposte. E saprai darle ad ogni situazione che hai vissuto. Oltre la percezione di emozioni, di effimere sensazioni. Ed è quella verità la chiave che ti fa guardare in faccia la realtà dei tuoi successi, dei tuoi fallimenti, delle tue colpe, delle tue ragioni.

Può essere che, una volta trovata, riesci a farti una ragione di tutto ciò che ti è successo, che hai vissuto o che stai vivendo, nel bene e nel male, e che forse a lungo ti ha tenuto prigioniero nel dubbio, ma che sapevi bene dovessi fare uscire come si deve da dentro te, per poi finalmente portarti ad accettare tutto, accettarti e accettare ogni persona ti abbia accompagnato o ti stia accompagnando nel tuo percorso di vita.

Ben

amore, Sensualità

Irresistibile

Bartolo amava Fiorella, insieme incarnavano la passione amorosa, oltre ogni limite.

Bastava loro guardarsi per capire se proprio in quel momento, opportuno o non opportuno, avrebbero dovuto unirsi nel fuoco dell’eros.

Nulla nella loro relazione poneva limiti di sorta a tali istinti emotivi.

Dovrebbe essere così, sempre e ancora, una relazione.

Irresistibile.

Senza categoria

Sapori mnemonici

C’è un gusto particolare nel ricordare odori e sapori, esperienze di incontri e relazioni, di eventi e passaggi.

A volte, vengono a solleticarti l’olfatto mentre passeggi, o quando ti trovi in un luogo vissuto, in mezzo a tante persone.

Ma quell’odore ti porta lontano, è come se si fosse materializzato nella memoria olfattiva e viene a ricordarti quella precisa presenza, di chi ha condiviso con te qualche breve o lungo tratto di vita. Inconfondibile.

Come il vicino aroma che con quel sapore, viene a ricordarti quel bacio. Unico e irripetibile.

Penso che...

Salve, come saluto “a salve.”

Sapete qual è la forma più asettica di ricevere un saluto (o una risposta ad un nostro saluto) da parte di qualcuno che a mala pena fa finta di essere cortese?

“Salve”.

Al di là di un suo plausibile significato etimologico, con un “salve”, molti comunicano di essere gentili nel corrispondere ad un saluto, ma allo stesso tempo ti stanno dicendo “ok, tranquillo, stai in pace e levati dalle palle”.

“Salve” pare da parte loro, un modo sbarazzino di camuffare un imbarazzo, magari una soggezione al momento, per mettere una barriera verso chi li saluta, magari diverso per età, stato, categoria sociale, sesso.

I più confondono questa loro risposta appunto con un modo gentile di ricambiare un gesto di saluto, credendo che l’interlocutore apprezzi il riscontro. Lo preferiscono molto sbrigativamente ad un meno algido “Ciao!”, “Buongiorno!”, non rendendosi conto del non proprio buon odore che lasciano alla relazione con questa loro afona risposta.

Ma, a ben pensarci, con il salve si smarcano, vogliono disimpegnarsi dal lasciare all’altro una possibilità di proseguire su un colloquio anche solo fatto di convenevoli. Direi, a questo punto, che “salve” sia il convenevole ipocrita per antonomasia, lo stoppare in nuce l’incipit di un momento di incontro, anche se solo per qualche successivo minuto.

A mio modestissimo avviso, questa risposta non è giustificabile nemmeno con la scusante della fretta e quindi con “salve” pare vogliano salvare capre e cavoli volendo sembrare scambievolmente gentili, anche con chi si conosce poco, o non si conosce, o che in realtà non si voglia salutare e non conoscere e basta.

Salve come modo asociale e cafone di non salutare affatto. E tenere ferme distanze, in fondo.

Salve, un saluto “a salve”, appunto.

Irriverentemente, Ben

Vita

Il viaggio in treno come metafora

Mi capita di pensare così ogni volta che viaggio in treno.

È quel modo di viaggiare che rassomiglia, nei suoi passaggi visivi veloci, al background della vita, rivissuta tornando di volta in volta all’emozione che fa rivivere un paesaggio, un panorama, uno scorcio di terre abitate un tempo e rivisitate e vissute.

E storia che ripercorre l’esistenza.

Proprio come la vita che scorre, metafora di un viaggio in treno.

Ben

Penso che..., Vita

La felicità nel cuore

Chissà a che si pensa quando si parla di cosa sia la felicità.

Molte volte, si vuol tendere a un qualcosa che non ci accadrà mai, lasciando che siano i sogni a cullare certi desideri. Si crede cioè che raggiungere la felicità sia tanto difficile, non poco irraggiungibile.

Mi capita di assaporare la felicità quando mi lascio andare nel percorrere la memoria del cuore.

In quel qualcosa di invisibile ma di molto concreto, trovo lì scorci di felicità, nei ricordi non più cancellabili.

Ed è proprio in quegli attimi che mi pare di staccarmi un centimetro da terra e respirare nel riviverne l’intensità.

Il cuore probabilmente è il nostro memorandum, quel cassetto che ti ritrovi aperto all’improvviso per farti riannusare il gusto di certi ricordi che sono felicità. Forse la vera felicità.

Ben

Penso che..., Vita

L’oltre è l’esempio

Si può essere stanchi dei vari cliché che legano all’abitudinario modo di essere, quello dell’illusione del sentirsi bene per quieto vivere, senza colpo ferire ad alcuno, nella convinzione che non si faccia male nemmeno a sé stessi.

La vera stanchezza che può emergere è legata al tenersi entro confini di comfort zone, desiderando solo idealmente un superarsi nella prospettiva del raggiungimento di un “oltre” ambiguo, indefinito, lontano.

Recuperando la dimensione concreta del proprio vivere quotidiano, probabilmente posso riuscire a varcare quel confine, con l’esempio.

Vivere in mezzo agli altri con l’impegno di non essere algidamente distaccato, ma tendere empaticamente a chiunque mi si faccia prossimo con il bene, la comprensione, il rispetto e la volontà di contagiare con un briciolo di amore, chiunque incontro nel mio percorso.

Basta poco, a volte.

L’esempio.

Ben

Vita

Estate

Sapere che oltre il caldo c’è altro.

La prospettiva di giorni di pausa, non li chiamo più ferie, in cui cercare di ricordare che esiste una dimensione del sé che grida silenziosamente vendetta sulla violenza della routine quotidiana, quella sommatoria di abitudini più o meno vestite da doveri che, di fatto, ti portano ogni anno a non aspettare altro che l’estate.

Personalmente vorrei che quei giorni, tra un po’, fossero riempiti da vuoti.

Da vuoti, sì. Da vuoti riempiti di good vibes, di odori diversi, di presenze diverse, lontane dalle solite presenze di tutti i giorni. A volte, queste, solo frutto di sogni. Altre volte, queste, solo tentazione di utopia.

Finirà questa sfida. Finirà.

Ben

Vita

Scelte e dintorni.

C’è sempre una motivazione dietro ogni scelta (o rinuncia che si voglia dire).

Diciamo che è un rischio che interpella ognuno, quello di scegliere, prima ancora che qualcosa o qualcuno, cosa si vuole essere.

Il sé è un qualcosa in perenne costruzione, è il vissuto di tutti i giorni ciò che ne disegna la struttura, lo spessore, la statura umana.

Non sempre siamo pronti a scegliere chi vogliamo essere, i condizionamenti che provengono dall’esterno spesso sono fatali, pongono problemi di calcolo di convenienza, anche nelle cose in cui l’economia c’entra nulla.

Una cosa è certa, se scegliamo di essere davvero ciò che sentiamo dentro, ciò che siamo, senza ipocrisia, allora potremo gustare un po’ di quella felicità che riponiamo come criterio di scelta, nelle fasi più salienti della nostra esistenza.

Cordialmente, Ben