amore, Penso che...

La ragione del cuore

A un cuore in pezzi nessuno si avvicini senza l’alto privilegio di aver sofferto altrettanto.

– Emily Dickinson

E’ il centro della personalità. Gli antichi ritenevano che in esso fosse inscritta ogni intelligenza.

Il cuore, spesso, porta a scegliere in un senso contrario e opposto rispetto a quello che gli suggerirebbe la ragione. Ma anche il cuore ha una testa. Forse la ragione dovrebbe imparare dal cuore a ragionare.

Personalmente, credo che un fondo di verità sia nascosto in un cuore che ragioni, anche se si dice che le decisioni più importanti siano quelle prese d’istinto, solo lasciandosi convincere dalle sensazioni, dalle emozioni, da tutto ciò che parte in realtà dalla testa.

Il salto di qualità di un cuore che ragioni è quello di credere nel sentimento. Consiste nel passare, cioè, dal piano delle emozioni puro e semplice a quello della consapevolezza che dentro di sé è maturato, è cresciuto o sta crescendo quel qualcosa che rende o può riuscire a rendere il cuore intelligente, appunto attraverso il vero sentimento.

E allora, succederà che quando scopri di essere attratto da un’altra intimità, il tuo cuore potrà capire che è lì lo spazio dove farà quel salto di qualità, e più nulla e nessuno potranno distogliere dalla sua forza sentimentale l’intimità dell’altro che ti attrae, che ti ha preso visceralmente e ti conduce a desiderarlo, a vivere insieme un sogno o una favola di vita che dir si voglia.

Il valore del sentimento porta all’accettazione dell’altro, nella logica dell’assoluto, dell’esclusivo, del perentorio, del totalizzante. Nulla, nemmeno la rispettiva sofferenza potrà scalfire questa unione e il cuore, i cuori, avranno in ogni istante le idee chiare su ciò che li ha uniti e li continua a unire, ancora una volta in più.

Non tanto secondo un “per sempre”, quanto piuttosto secondo un “ancòra” che sarà scandito nel tempo, ogni giorno, fausto o infausto che sia.

E’ proprio questa la ragione del cuore.

Ben

amore

Il primo bacio

Ricordi il nostro primo bacio…?

…Non potrò mai dimenticarlo.

C’è chi lo idealizza, chi lo ritiene la poesia dell’amore, chi ne fa oggetto dei più avvenenti aforismi o pensieri.

Fatto sta che il bacio è quel gesto irrinunciabile nella vita affettiva, amorosa, di ogni persona. Ha in sé il desiderio recondito di perfezionare un legame, un saluto. Tra due innamorati è la loro aria, la loro ragione di essere, i loro baci sono i mezzi che li fanno volare ovunque, li conducono nella danza dei loro momenti intimi, dei loro amplessi. Non esiste l’eros senza il bacio. Poesia, sì, ma anche prosa, intrigante e seducente, eccitante veicolo che accompagna nel viaggio della passione. Esso è il vestito di chi, innamorato, vuole lasciarsi appartenere, possedere. E già, il bacio… L’intervallo tra due sì, che a volte rimangono sospesi nel tempo, ma che sono a loro volta gli agganci solidi di quel filo sul quale si regge la passione, la voglia, il desiderio di stare e rimanere estasiati dentro l’altro, non solo fuori vivendosi nell’attrazione fisica. Talvolta esso è il più trasgressivo dei “casti” gesti d’amore. Più che l’atto sessuale, è il bacio, il desiderio più intimo di fondersi con un’altra intimità, la voglia di appartenersi, anche solo per una volta. E’ l’atto d’amore, non un preliminare. Il bacio è l’amore. In esso c’è l’amore, c’è tutto l’universo dell’amore.

Il primo bacio, in più, è ciò che t’incide dentro. Che ti segna. Meglio della prima volta che ti è venuto di dire un sentito, esuberante,“ti amo”. E’ un piacevole, quanto indelebile tatuaggio che ti porterai impresso sul cuore, sulla pelle, nella testa, per tutta la vita. E’ l’incontro dirompente, travolgente delle farfalle che svolazzano trepidanti ed eccitate nello stomaco dei due innamorati. Anche se quel primo bacio l’hai dato a una persona con la quale, poi, non hai condiviso il resto di tutti i tuoi giorni. Il primo bacio è ciò che ti ha rivelato finalmente come uomo o donna maturi, finalmente arrivati, da quel momento, all’età adulta. Esso è proprio il biglietto d’ingresso alla prima di un’Opera la cui melodia non potrai mai più dimenticare.

Le prime note di quest’opera sono rappresentate dai primi attimi nei quali, tanto che ci si è desiderati, non si è atteso altro che unirsi, accostare le proprie labbra in un fremito di viscerale desiderio dell’altro.

Si sono scritte e raccontate stupende sceneggiature, a partire dal bacio, anche del primo bacio, e i film più belli hanno sempre una scena dov’è il bacio, il primo attore, il protagonista principale. Che è, poi, ciò che te lo fa ricordare meglio, quel film…

“Eravamo fuori la scuola quel giorno dei primi di settembre, avevamo pensato al nostro primo momento per tanti giorni, e quella notte precedente non ci aveva risparmiato, nel pensarci. Era stata quella tremenda insonnia il nostro letto di spine, ma dalle punte dolci, disarmate e disarmanti.

La pioggia fresca, di quel cielo appena coperto e precocemente autunnale, fece da scenario per il nostro primo esordio. Il muretto, appena dietro il cancello secondario di accesso alla palestra, ne era stato il sipario, idealmente chiuso per noi, solo per noi, nel voluto nascondimento intimo. La nostra prima effusione, il preliminare dettato dalle parole, dai soffi dei nostri profumi, dei nostri aliti, i centimetri che via, via si erano accorciati tra i nostri volti, attirati dalle calamite degli occhi pieni di vorace desiderio di entrare…”

“Ci stava sbirciando la tua amica del cuore, che sapeva di noi, era incuriosita e, un tantino, anche ingelosita della cosa… (ce lo riferì poi, visto che in un certo senso sarebbe rimasta da sola, dopo, credendo di “perdere” te, la sua migliore amica, addirittura …). Ma ci lasciammo andare, proprio sotto la finestra della presidenza, folli e incuranti di chi poteva sorprenderci, anche fosse stato il preside. E fu un delirio, quella nostra prima effusione, avvinghiati l’un l’altra, scoprendoci eccitati, stringendo i nostri corpi, desiderando altro, oltre… .

Quel bacio racchiudeva tanti nostri sguardi, tante nostre parole che avevano formato il preludio della colonna sonora del film del nostro amore.”

“Il nostro film iniziò quel giorno. E lo rivivevamo ancora, il nostro primo bacio, ogni volta che lo ricordavamo baciandoci. Ed erano come tanti déjà-vu, poi, quei baci. Ma sempre nuovi, unici e irripetibili. In essi, ricordiamo ancora l’incanto del primo, dell’arcano. Con il suo ardore, il suo fascino. Non finiremo mai di riviverlo, in fondo, quel nostro primo bacio. Come dentro un film, appunto, il nostro…”

 

Ben

 

amore, Cinema

La radice nel cuore

Anni fa, ho assistito a un film molto coinvolgente, da cui ho preso spunto per parteciparvi questa riflessione. Si tratta del film “Il profumo del mosto selvatico” uscito nel 1995, diretto dal regista messicano Alfonso Arau, e ben interpretato da attori di levatura internazionale quali Antony Quinn, Giancarlo Giannini, Keanu Reeves, Aitana Sánchez-Gijón. Il film è un’accattivante favola, molto romantica. Vi si respira vita verace, che scorre attraverso le vicende emotive e intense dei protagonisti.

Riassumendovi la trama, si parte dal ritorno dalla guerra di Paul Sutton, il quale, dopo aver riabbracciato la moglie Betty (per nulla presa dal suo ritorno, non avendo letto nessuna delle molte lettere inviatele), riprende il proprio lavoro di rappresentante di cioccolatini. Per un susseguirsi di varie coincidenze, Paul si ritrova a “fungere” da marito ad una ragazza di origine messicana, Victoria Aragon, figlia di un facoltoso viticoltore delle valle di Napa, proprietario del fiorente vigneto “Le Nuvole”. La giovane studentessa universitaria, aspetta un figlio illegittimo da un suo professore e teme che il padre, Alberto, la uccida. Paul accetta il ruolo, sia pur fino al giorno dopo, decidendo poi di andarsene con una lettera d’addio. Paul deve scontrarsi subito con l’avversione manifesta di Alberto, molto geloso della figlia e inquietato per non aver saputo nulla della vicenda, ma la simpatia suscitata nella madre di lei, Marie José e soprattutto nel nonno, Don Pedro, rallentano la sua partenza. Paul in quei giorni si immerge nella vita di quella famiglia, vivendo con loro il rito della vendemmia nel clima caratteristico della pigiatura dell’uva. Tutto ciò gli fa prendere gusto e rimanere, decidendo di rispettare Victoria, essendone anche molto attratto e ricambiato. Paul, quindi si ritrova come a casa, trovando nella famiglia della ragazza un rifugio sicuro dai brutti ricordi della guerra che ancora lo atterriscono. Alberto, colpito anche dal fatto che i due non dormano insieme, sebbene il finto genero mostri molto affetto per la figlia, decide di farli sposare con rito religioso. Victoria si vede così costretta a dire la verità al padre, mentre Paul a malincuore pensa di tornare dalla moglie che, nel frattempo, ha provveduto ad annullare il matrimonio. Il giovane, decisamente rinfrancato dall’evento, fa ritorno al vigneto, ma incorre in Alberto, ubriaco, che lo affronta rivolgendogli contro una lampada a petrolio per colpirlo, la quale finisce nel vigneto incendiandolo. Tutti si danno da fare per domare l’incendio ma invano. Solo Paul riesce infine eroicamente ad estirpare la radice della pianta madre della vigna, che ha resistito al fuoco, e dopo quella grande sciagura, sarà proprio quella radice a far rivivere la pianta e le coltivazioni. Alberto si riappacifica così con la figlia e Paul può sposarla, accettando di divenire il padre del nascituro.

Come in ogni favola, quindi, c’è il lieto fine, direte.

La mia riflessione trae spunto proprio da quella radice.

Mi fa pensare a quanti fiumi d’inchiostro siano versati sulla capacità di amare, di continuare ad amare, sulla auspicata e necessaria volontà di essere tenaci nel tenere su ogni legame di amore o amicizia. Penso alla molta retorica usata, a dir poco, quando si parla di ciò che sia “regola” (?) nell’amore, o comunque in riferimento a ciò che debba tessere un legame o una relazione tra due persone che si vogliono, che si vogliono bene, che si amano.

Senza presunzione di pontificare sull’argomento, ritengo che se c’è una radice solida nella pianta madre del loro legame, nel loro cuore, in ciò che lega due cuori, ebbene, essa rimane. Potrebbe succedere di tutto, il terremoto emotivo e sentimentale più impetuoso, il disastro interiore ed esteriore più tragico che abbia minato le fondamenta di quel legame d’amore o di amicizia, ma è nell’esistenza di quella radice, nella sua sussistenza, che vive la linfa che dà modo ai due, reciprocamente, di credere sempre e ancora al sentimento, e di permettere ad essa di rinvigorirsi e poi  ricominciare a portare frutti nuovi e più abbondanti in quel legame.

Per farlo rivivere, appunto, come il fiorente vigneto “Le Nuvole”.

Ben

amore

Sguardi

Ti trattengono nel mondo delle tue emozioni, ti affrontano per istigarti alla verità del tuo sentire. Alcuni ti portano solo a scappare via, tanto sono oscuri, brutalmente violenti, subdolamente falsi. Ma tra quelli che non riuscirai più a farne a meno, ci sono gli sguardi di chi ti conquista, ti coinvolge, ti trasporta in un viaggio interiore senza eguali. Spesso, non sono solo le direzioni di occhi che ti cercano, che ti interpellano, che ammiccano il tuo interesse: essi sono giravolte che giocano con i tuoi pensieri e nei pensieri di chi sai ti sia vicino, intimo, essenziale; di chi attraverso la sua attenzione per te, mostra che vali, che sei indispensabile per lui o per lei. Sono gli sguardi di un cuore che riflette, che ragiona, che medita su di te e ti ama, che ti prende sulla mano dell’empatia e ti fa volare in un vortice di vero attaccamento umano, intimo.

Sono gli sguardi di chi ti ama, dicevo. Sì, a volte, essi sono la miccia che accende l’amore, che infuoca due anime innamorate. Rappresentano il motivo di una vista interiore, che va oltre quella degli occhi, che ti prende, ti rende ospite di un legame d’amore, a volte permanente. A volte effimero. Ma sono imprescindibili per due cuori che si vogliono, e che magari hanno trovato scritto nel proprio destino ciò che li avrebbe uniti, nel sentimento, nella passione vicendevole.

Certi sguardi non conoscono luoghi opportuni ove operare i propri incantesimi. Ti possono cogliere mentre scendi le scale, quando stai salendo sul tram, prima che ti tuffi in mare, mentre siedi davanti al pc, quando sei sul posto di lavoro, oppure mentre ammiri un tramonto, o mentre sei stato colpito da quella foto. E lì ti trovi davanti degli occhi che con la loro loquacità ti chiamano, senza proferire alcuna parola, ma secondo una corrispondenza mentale che scatta e ti attira all’altro.

Senza sguardi, senza questi sguardi di occhi e anima, probabilmente non t’innamorerai mai. Essi sono la porta d’ingresso in quei meravigliosi labirinti costituiti dalle storie d’amore. Quando cessano di essere vivi, questi sguardi, cessano di essere vive quelle storie. Cessano quei cammini coraggiosi in quei labirinti, in cui solo occhi attenti e perseveranti possono garantire il fatale amoroso orientamento. Senza gli sguardi empatici di testa e cuore, non durerà mai un bell’amore. Quando non finiranno mai di danzare, quegli sguardi saranno la costante poesia di ogni amore.

Saranno gli sguardi di una vita, insieme.

Ben

Penso che..., Vita

Come un’aquila

L’aquila non può levarsi a volo dal piano terra; bisogna che saltelli faticosamente su una roccia o su un tronco d’albero: ma da lì si lancia alle stelle.

(Hugo von Hofmannsthal)

Come un’aquila. Mi fa subito venire in mente il suo volo. Il volare nella libertà di un cielo senza spazi, alla ricerca di una dimensione di libertà, di pace, d’infinito. E’ il sinonimo di un’azione che indica un movimento, un muoversi non banale, un esercizio che implica tanta forza per staccarsi da terra, dalle proprie sicurezze (che a volte sono ingombranti limiti), probabilmente è una sfida per sé stessi volare, ma non è una categoria umana. Almeno in senso fisico, meccanico.

Sì, volare. Volare mi ricorda, in prima impressione, il volo di un gabbiano sulla cresta dell’onda mentre cerca cibo per sé e per i propri pulcini, una vera e propria impresa se si vuole, ma quella è la sua vita. Deve volare per forza. E’ nella sua natura. Come per ogni volatile, del resto.
Quello che, però, mi affascina di più è proprio il volo dell’aquila, il rapace che per me significa molto, è la metafora ideale della vita. Non un uccello comune, ma uno dei maestosi signori delle altitudini, dotato di una vista superlativa, capace di fargli distinguere con esattezza dove si trova e come si sposta la sua preda, da centinaia di metri, sul cielo. E’ la sua lungimiranza, ciò che accresce il suo modo di essere, di distinguersi tra gli animali dell’aria. Credo che la vita di un’aquila debba fare molto pensare a noi umani. Essa vive all’incirca ottanta anni. Arrivata alla metà del suo cammino di vita, l’aquila si scopre appesantita, goffa, mostra un piumaggio opaco, spento, le è cresciuto il becco a dismisura e rischia, così, di non potersi nutrire più, rischia di morire. Allora, deve scegliere se continuare a volare o se scendere inesorabilmente verso la fine dei suoi giorni. Se ha tanta determinazione e ancora voglia di vivere, allora si isola tra i crepacci, in qualche anfratto delle sue montagne e lì inizia a dare colpi violenti con il suo becco sulla roccia viva, fino a smettere quando finalmente il suo becco si è riformato ed ha acquisito la bellezza e la funzionalità di qualche tempo prima, quando esso era il simbolo della sua forza, del suo vigore, del suo significato.
Ecco, le è bastato quel volo, tra la solitudine della sua montagna, per riacquistare la forza di vivere.
L’aquila, quest’aquila mostra la strada, il metodo per rinascere, a metà vita, quando puoi sentire la terra che ti sfugge da sotto i piedi, quando i problemi rischiano di divenire l’angoscia della tua esistenza, l’inesorabile strada che credi ti porterà fuori dal tuo vivere. Essa, invece, vuole continuare a farcela, vuole aggiustarsi il becco, vuole continuare a volare.
Ognuno di noi può scegliere di ritornare a vivere, arrivato alla soglia di una difficile esistenza, può rimettersi in discussione, consapevole che ciò sarà la riforma del suo becco, cioè del suo modo di porsi verso sé stesso, verso l’ambiente sociale che lo circonda. E’ necessario rientrare in sé, rimodulare il proprio stile, rinfrancare il modo di affrontare tutto, di relazionarsi a tutti, per dare un nuovo senso, un nuovo spessore, una nuova statura alla propria vita.
Ecco, volare come quell’aquila! Possiamo farlo, dobbiamo farlo, continuare a volare come lei.
Per continuare a vivere.

Ben

amore, Sensualità

Ti amo

Bobo aveva capito di aver sbagliato qualcosa, di aver toppato, magari in qualche trascurato ma decisivo dettaglio.

Infatti, le aveva iniziato a fare certe domande e a toccare argomenti che lasciavano presagire qualche interesse, forse ancora prematuro. Non si capacitava ma, ecco: “Ho capito. Non dovevo parlarle della mia storia con la ex e ciò l’ha seccata.”

Daniela, infatti, aveva progressivamente mutato atteggiamento mentre lo ascoltava raccontarle quella storia, annoiata. A lei, ora, interessava solo lui. Cosa diavolo c’entrava la sua ex? Per caso, le voleva ancora bene, visti i particolari che si era messo a raccontarle?

Finendo lo Spritz in fretta, gli aveva detto che era ora di salutarsi, si era fatto tardi. Solo un fugace bacino sulla guancia e… “Ciao Bobo, a domani..”. E Bobo era rimasto così, come un salame. “Ciao Danié… te ne vai già, così??.. Ok, a domani dai”.

Ore 8,45 del giorno dopo. Bobo quasi in ufficio, in auto per parcheggiare. Preso il cellulare, le fece uno squillo. “Ciao Bobo, buondì…” “Buongiorno cara, che fai? Tutto ok?”. “Sì, inizio anch’io tra un po’..” “E… ci si vede stasera? Avrei un’idea per un locale…” “No, Bobo, mi dispiace, non credo di essere in forma, oggi. E poi, dopo il lavoro ho da sbrigare faccende per la mamma… Ci risentiamo domani, forse.”

Quel tono perentorio aveva fatto cadere Bobo in una seria desolazione. “L’ho fatta grossa, cavolo!”, pensò intristito.

Non era bastata l’idea del locale. Doveva ripartire con un’altra, più spessa e convincente.

Passò la giornata a ruminare pensieri, tra le carte, i break e i caffè.

A sera, finalmente, gli venne un lume. Forse era quella, l’idea originale, credibile.

Avrebbe telefonato l’indomani, per dirle di volerla incontrare.

All’appuntamento, davanti al solito caffè, fugace, come era prevedibile, le chiese come si sentiva. Le parole di lei denotavano, in fondo, dubbio, incertezza. Prima dei saluti, le consegnò, chiuso in una busta, questo breve scritto, dove le aveva voluto dire ciò che sapeva le parole non sarebbero riuscite a spiegare. Le disse di aprirla in un momento di tranquillità, lontana da rumori e presenze.

“Lo sai, tengo a te in un modo totale, tanto, troppo intimo. E tale da farmi correre e cadere, anche scivolare, come su una buccia di banana. Com’è avvenuto l’altra sera, quando ti ho voluto raccontare ciò di cui, in fondo, mi volevo liberare definitivamente. Evidentemente, non mi sono reso conto della caduta di stile, proprio in un momento in cui era decisivo il conquistarti, in modo definitivo. Te ne chiedo scusa. Sappi, però, che mi tieni in mano, proprio come questa lettera che stai leggendo e sulla quale, probabilmente, starai versando qualche lacrima di emozione. Anzi, ti dico che ormai sono sotto la tua pelle e tu mi tieni nella testa. Non mentire a te stessa, ti aspetto qui, nel mio cuore. Daniela, ti amo!”

Quell’idea fu decisiva e fatale. Spinse Daniela a chiamarlo al telefono, dopo che aveva voluto leggere quella breve lettera prima di mettersi a letto.

Due sole parole le proruppero dal cuore, immediatamente prima che lui le rispondesse ‘pronto’:

“Ti amo!”

Ben

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amore, Racconti

Istinti fatali

Si salutarono, lei scese dall’auto, ringraziando Bob per il passaggio.

Era stata una serata straordinaria, trascorsa come altre a passare momenti di comitiva al solito piano-bar, sul lungomare.

Prima che chiudesse lo sportello, le venne in mente di chiedere a Bob se l’indomani avessero potuto completare quel lavoro, mancavano solo alcuni documenti. Ma Bob le rispose, senza alcuna esitazione che parte della documentazione la possedeva lei. Che sbadata, pensò Rossella solo per un attimo, tra sé e sé… Li aveva lei, ed era il caso li desse già a Bob.

“Ascolta, Bob, se sali su un attimo, te li do, così inizi a lavorarci su domani mattina e poi, in pomeriggio, potremmo completare tutta la pratica, insieme.”

Erano da soli, davanti all’ascensore, le loro parole avevano un suono solitario, essendo gli unici, a quell’ora tarda, a popolare l’androne di quell’antico palazzo. Mentre attendevano che arrivasse, Bob e Rossella si guardavano iniziando a sorridere, un po’ ancora brilli per la serata trascorsa insieme agli amici.

“E’ ancora presto per pensare alle ferie, vero Rossella?” “Beh, direi proprio di sì, Bob, le sto aspettando con ansia, ho proprio bisogno arrivi presto agosto, per concedermi un meritato relax… come te, del resto…”, rispose facendogli l’occhiolino.

Bob l’ascoltava e le rispose annuendo,  compiaciuto, fissandola negli occhi, che in quell’ambiente vuoto e terso, illuminato da luci buie, si erano improvvisamente riempiti di un nuovo colore, assumendo una sfumatura più viva del solito castano. Rossella aprì le porte di quell’ascensore, un po’ démodé, classico come il palazzo in cui abitava, facendovi accomodare Bob. Vi entrarono, stringendosi un po’ in quel vano appena sufficiente per alloggiarvi al massimo tre persone. Nel chiuso tragitto, i loro profumi si mischiavano agli odori delle pelli sudate, sprigionando un mix che ai loro olfatti li iniziava a una certa idea, creando eccitazione. Erano vicinissimi. Rossella, leggermente imbarazzata, sorrideva appena al suo collega, anche lui impacciato ma piacevolmente preso da quel momento.

Arrivati al piano, si avviarono verso l’appartamento, lungo un piccolo corridoio nel quale rimbombavano i rumori dei tacchi di lei e il lieve cigolio delle scarpe di lui. Era una cadenza quasi sincronizzata, che alle loro orecchie evidentemente stava lasciando presagire ben altra sincronia. Rossella fece accomodare in fretta Bob nell’appartamento. “Bob, intanto mettiti comodo pure qui, nel salotto. Ti vado a prendere i documenti.” gli disse, togliendosi il soprabito e lasciandosi vedere. Bob non poté non cogliere la trasparenza di quella camicetta, appena un po’ sudata, ma che rivelava, oltre il sottile tessuto di seta, la freschezza e l’avvenenza di una donna attraente, quella che lui aveva sempre vissuto come una collega e amica di serate, ma che ora gli si presentava in una speciale femminilità che lo prendeva.

Una forza irriverente portò Bob a muoversi, per prendere con una mano quei documenti che lei intanto le aveva portato, e con l’altra a toccare sensualmente il braccio di lei, che avvertì come un brivido quel contatto, caldo, come in quel momento le appariva il suo amico. Non ci fu tempo per dirsi nulla, Bob poggiò frettolosamente le carte sul tavolo, deciso, senza lasciar distogliere lo sguardo eccitato dagli occhi di lei che gli stavano proprio dicendo di afferrarla, abbracciarla e possederla come desiderava, come probabilmente aveva sempre sognato di lasciarsi prendere da lui.

Il bacio fu molto eloquente, mentre Bob le sbottonava la camicetta. Le mani di entrambi iniziarono a correre lungo i loro corpi, fino a spingersi più giù, dappertutto. Avevano insieme risposto ai rispettivi, comuni istinti, a ciò che stavano per vivere.

Si lasciarono sfilare i vestiti da dosso, ricordando la cadenza dei passi che li avevano accompagnati a quell’amplesso.

E continuarono a camminare sulle loro pelli, sempre più su, verso le altezze estasianti del piacere. Innamorati.

E arrivarono presto, le loro ferie.

Ben

(foto dal web)

Penso che..., Poesie, Vita

Estirpare

Tanti dolori attraversano

l’esistenza.

E cose

che ti si erano conficcate nella carne, nel cuore.

Ma che, con rammarico,

e in modo deciso,

vanno tolte.

Come fossero peli incarniti.

Sentimenti spezzati, ali spezzate,

delusioni da chi mai avresti creduto,

rifiuti cinici e opportunisti, in fondo, calcolati,

talvolta con la palla al balzo di una voluta superficialità

e con tanto orgoglio.

Senti il dolore

nella carne quando tiri la pinzetta per dimenticare.

Ma poi, un pò di tempo.

E ti passa.

Per andare avanti.

Ben

foto dal web

Penso che..., Vita

Sapere di te.

Iniziare a conoscere un’intimità, e poi riuscire a farne parte, è una delle più interessanti emozioni che possano coinvolgere l’animo umano.

Si può partire da un incontro, reale o virtuale. O dalla lettura di uno scritto, ove può trovare spazio una visione particolare di chi ti ha trasmesso sensazioni, emozioni, messaggi, anche indiretti.

E, pian piano arrivare, entrare, come quando si sta per chiedere il permesso di accedere in una casa nuova, di cui ti è chiaro solo l’aspetto esteriore, la sua estetica, il suo look.

Poi, però, se ti accingi ad entrare quando c’è chi ti dice:  “prego, accomodati”, allora inizi a percepire nuove viste, scorci, odori, dettagli che ti permettono di scoprire quell’intimità. Ti accorgi che non è per tutti, in quel momento. Sei tu il privilegiato. E devi usare molto tatto, delicatezza, rispetto per entrare in quella casa. Facendo attenzione a camminare con garbo, senza calpestare nulla, nulla che possa farti scoprire come un inopportuno e fastidioso visitatore.

Entrare in una persona, quando ti è permesso, comporta tutto ciò. Spesso, ti senti come un visitatore entusiasta di scoprire qualcosa di mai visto, di ancora sconosciuto. Che sai, per certo, che comunque ti arricchirà. E che desideri sia così. Altrimenti, nulla di tutto ciò può avere un senso per il tuo viaggio di conoscenza.

Il piacere dell’incontro, se è reciproco, fa sponda al progressivo approfondimento degli aspetti caratteriali, dei luoghi dove le persone hanno via via costruito la propria storia. Questa storia che ora entra e si fa entrare dentro di sé.

Filo conduttore, il desiderio recòndito di sapere dell’altro e di lasciare che l’altra intimità possa sapere di te. E’ una gran bella cinematografia tutto ciò. Come assemblare la sceneggiatura di un bel film. I protagonisti, noi. Scorrere attraverso le scene, dal primo sguardo, dalla prima stretta di mano, alla scelta di lasciarsi conoscere. Questione di sintonia, che ti auguri divenga empatìa, la chiave giusta per entrare e rimanere nell’altra intimità. Del resto, lo s’intuisce dai primi momenti se sarà così. Ma se lo sarà, avrai in mano il pincode per sapere di lei.

Quando finalmente si è riusciti ad entrare, allora ci si è accomodati nel salotto, a condividere un drink di amicizia, di convivialità, il salotto del cuore. Ma più ancora della testa, ove rimarrà impresso in maniera indelebile quel primo incontro, quel benvenuto. Insieme, si avrà voglia di conoscersi sempre di più, di far parte, di farsi parte. Di amarsi.

E di sapere. Di sapere di te.

Ben

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amore, Penso che...

William in ognuno di noi

Se il signor Thacker capisse di essere stato un cazzone avariato e si mettesse in ginocchio e la supplicasse di ripensarci potrebbe lei, in questo caso ri..pensarci?

La frase citata l’ho tratta da un passo del film “Notting Hill”, uno di quelli che preferisco.

E’ l’interrogativo che in amore capita di frequente. Come quello di William, che lì è l’uomo (anche lui innamorato) che  si pronuncia questa domanda. Fa parte di quegli stati d’animo che assalgono chi incappa nei c.d. “scoppi ritardati”, in genere successivi a crisi sentimentali, confusioni, presunte rotture di legami, ripensamenti dopo terribili gaffes o rifiuti.

In fondo, a chi non è capitato di vivere un’esperienza simile o chi può escludere che gli possa capitare almeno una volta nella propria vita…?

Diciamo che è anche ciò che fa parte della dinamica di un legame d’amore, che può fare da pendant a una storia d’amore. Ciò che poi, come d’incanto, può favorire ricuciture, nuove chances date e prese, al termine di verifiche (anche piuttosto travagliate) circa la verità, il valore di un sentimento d’amore condiviso (o ancora condivisibile).

Quelli che seguono ad un atteggiamento simile a quello assunto dal “signor Thacker” – che parla di sé stesso e riconosce essere stato un cazzone nell’esitare e dire di no ad una dichiarazione d’amore ricevuta (nel suo caso da parte della bella Anna) – beh, ecco, possono davvero essere quei dolci passaggi che hanno contribuito a colorare meglio e ancora di più una bella storia d’amore, apparentemente terminata e destinata invece a continuare, a decollare definitivamente.

In quel film c’è molto sentimento, molta intensità, è un capolavoro direi nel campo dei film sentimentali. Poi, gli attori Julia Roberts e Hugh Grant, hanno interpretato alla perfezione il sentire dei protagonisti del film, Anna e William.

Mi fa volare quella loro storia.

E sognare anche a me, ancora.

Ben